Il culmine della magia, nel compiere un viaggio in Australia in quella remota suddivisione federale nota come il Territorio del Nord, sta nella scoperta dello straordinario monolite di Uluru più famoso in tutto il mondo come Ayers Rock.

Ayers Rock è un sito unico da non perdere in un viaggio in Australia, il monolite più grande del mondo a cui riconoscere un posto d’onore tra gli skyline di tutto il mondo, unico nell’osservarlo in volo, nel deambularci intorno, fino a lambirne la base per scoprire alcuni dei suoi più riposti segreti.

Passeggiare semplicemente intorno a Uluru resta probabilmente ancora il modo migliore per entrare in contatto con la silenziosa immensità di questa roccia, potendo arrivare perfino a percepirne una non meglio qualificabile energia spirituale.

Se si vuole visitare il sito in toto è possibile percorrere l’intero perimetro approssimativamente circolare di undici chilometri in almeno tre ore, o sceglierne una sezione più ridotta. Una volta sul posto, ci si saprà rendere conto se si desidera farlo da soli – alla ricerca di un più intimo dialogo con la vicina mole sovrastante – oppure se si preferisce partecipare a una visita guidata da un ranger locale.

Nel secondo caso, si potranno apprendere interessanti informazioni di tipo geologico, ma anche ascoltare miti e leggende che collegano Uluru alla cultura ancestrale del popolo Aṉangu, uno dei quindici raggruppamenti degli aborigeni australiani residenti nel deserto centro-occidentale. Ma è in particolare la tribù dei Pitjantjatjara – un tempo dediti alla caccia nomade nel northern territory – a popolare i dintorni di questo sito, facendone una componente inseparabile della propria identità.

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I graffiti di Ayers Rock

Soprattutto il versante nord-orientale di Uluru è punteggiato di espressioni artistiche rupestri da scoprire dentro le cavità alla base della roccia. Dipinti e incisioni – realizzati con pigmenti di origine minerale e ceneri, mescolati con acqua e grasso animale – sono spesso sovrapposti in più strati di difficile datazione; perché il metodo del radiocarbonio può applicarsi alle sostanze chimiche adoperate, ma non al manufatto artistico in sé.

Si ritiene comunque che si tratti in molti casi di immagini rappresentate a scopo educativo lungo un arco di tempo che ammonterebbe a decine di migliaia di anni, e che rendono oggi sacre alla cultura Aṉangu gli antri e le grotte in cui sono custodite. Analoga sacralità è riservata alle polle d’acqua sorgiva nascoste in queste spelonche.

Se si desidera accorciare i tempi o ridurre la stanchezza di questo periplo intorno a Uluru si può – alternativamente alla passeggiata – optare per la bicicletta o per il pattino elettrico. Noleggiare un cammello può sembrare una scelta stravagante, ma è in realtà una soluzione molto efficace per la posizione ben rialzata assicurata in questo caso all’osservatore.

Tecnicamente un inselberg (dal tedesco, “insel” significa isola, mentre “berg” significa montagna), la roccia isolata di Uluru raggiunge un’altezza di 348 metri dal suolo ed è lunga 3,6 km contro una larghezza di 2,4 km.

Nel 1873, il topografo William Gosse – che si trovava in esplorazione sul posto– diede al sito il nome di Ayers Rock in onore al Segretario Generale dell’Amministrazione Britannica, Sir Henry Ayers.

Uluruè sempre stato invece il nome proprio con cuila cultura Aṉanguha chiamato questa roccia al solo scopo di individuarla, senza ulteriori significati riconducibili alla parola.

Nel 1985, l’intero parco nazionale a cui appartiene Uluru fu restituito in forme solenni alla responsabilità della locale comunità aborigena; e successivamente si arrivò alla nuova denominazione ufficiale di Uluru/Ayers Rock, segnando così un’altra importante tappa di valorizzazione e rispetto nei confronti della cultura Aṉangu.

Dal 1930 in poi era divenuta di moda la scalata sulla sommità della roccia ma, a partire dal 1990, i responsabili della gestione del parco cominciarono a segnalare con cartelli alla base di Uluru la richiesta di non arrampicarsi più.

Con la conseguente sensibilizzazione dei turisti nei confronti della cultura aborigena, il numero di scalatori cominciò a decrescere spontaneamente. Storicamente accompagnata da un cospicuo numero di incidenti, anche mortali, la scalata sulla sommità diUluru è stata comunque definitivamente vietata dal Consiglio di amministrazione del parco dal 26 ottobre 2019.

L’unico modo per godere oggi un punto di osservazione diverso dal suolo è quello di utilizzare un volo panoramico in aereo o in elicottero, coi turisti più temerari che potranno anche osare tuffarsi dal cielo col paracadute.

Ma Ayers Rock non è affatto priva di forti emozioni anche per le anime più contemplative, che potranno “volare” lungo evanescenti divagazioni – o calarsi nelle più profonde introspezioni –accompagnate dalle complesse e magiche variazioni cromatiche che la grande roccia attraversa al variare delle condizioni di luce nel corso della giornata.

È così che una gran massa rosa saluta il nuovo giorno all’alba per poi assumere, via via che le ore passano, toni aranciati e quindi rosso fiamma; e virare infine ancora sull’arancione verso il tramonto. Ma nubi nel cielo possono anche spingere la colorazione di Ulurual crepuscolo verso toni bluastri o violetti.

I visitatori di questo tour inAustralia, così fortunati da assistere alla pioggia che scorre sulla roccia, potranno osservare innanzitutto lo spettacolo di rivoli e piccole cascate che rigano la sua superficie lungo le scanalature che raccolgono l’acqua.

I colori di Uluru muteranno bruscamente dai toni rossastri precedenti lo scroscio a una tinta iniziale di sorprendente argento vivo, destinata però a mutare nello spazio di pochi minuti in un viola scuro che può evolvere fino a raggiungere addirittura l’intensità di un drammatico nero.

La volta stellare

Anche al calar della sera, non mancano occasioni di nuove scoperte mentre avanza il buio della notte. Con scarsissima umidità e assenza di inquinamento, il deserto in cui si trova Uluru costituisce un’area di prima qualità per l’osservazione del cielo stellato. Qui anche gli sposini giunti fin qui per i loro viaggi di nozze potranno vivere momenti di grande intensità romantica.

Anche concedendosi semplicemente una passeggiata dopo cena, lo sguardo rivolto al cielo non faticherebbe troppo a inquadrare lo spettacolo della Via Lattea, dell’Orsa Maggiore o della più esotica Croce del Sud. Ma sono disponibili anche sessioni guidate di osservazione, col vantaggio di scoprire costellazioni meno conosciute, e di ascoltarne l’interpretazione che si può estrarre da miti e leggende tramandate fino ad oggi dalla cultura aborigena australiana.

Se siete in viaggio on the road, a pochi chilometri da Uluru è possibile raggiungere, dopo il tramonto, il Field of Light, un’installazione realizzata dall’artista inglese Bruce Munro nel 2016 e resa poi permanente. Su di un’area vasta quanto quattro campi di calcio sono stati disposti più di 50.000 steli luminosi alimentati ad energia solare che iniziano ad emanare un incantevole luccichio appena calato il sole, coi loro bulbi di luce cangiante dall’ocra al viola e dal blu fino a toni via via più opalescenti.

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Da non trascurare è infine la possibilità di “moltiplicare per due” le emozioni e le scoperte che si possono ricevere in dono da Uluru. A soli 25 km dalla nostra roccia giace una seconda formazione a questa paragonabile, anche se con alcune significative differenze.

Kata Tjuta (che nel locale idioma Pitjantjatjara significa “molte teste”) sta ben a indicare un raggruppamento piuttosto compatto di rocce bombate, che in questo senso di distinguono dalla natura monolitica di Uluru. Ma anche presso questo “gemello” roccioso si possono replicare diverse esperienze escursionistiche e contemplative, al solo costo di un breve trasferimento in auto.

Riunire entrambe le esperienze nello stesso viaggio è infatti agevole, e perfettamente coerente con un contesto ambientale non a caso definito Uluṟu-Kata Tjuṯa National Park.

Un altro straordinario punto di osservazione di Uluru è dalla posizione supina di un letto in un hotel a 5 stelle collocato nella savana che circonda il monolite.

I resort

Durante un viaggio in Australia bisogna anche riposarsi. Longitude 131° è un singolarissimo resort che si atteggia a campo tendato a una ventina di chilometri in linea d’aria dalla grande roccia, oltre la savana. In auto i chilometri diventano 30; ma Ulurusi materializza con un sussultoagli occhi dell’ospite immediatamente fuori al proprio lodge, complice l’aria secca del deserto che ridimensione otticamente le distanze.

Ognuna delle 15 camere di lusso è da vivere in realtà come una dimora isolata e rialzata su palafitte, per migliorare la qualità del punto di osservazione. All’interno, pareti finestrate munite di zanzariere protettive sono orientate in direzione diUluru. Il tetto tendato tramuta la sua indole estetica esternain avvolgente soffitto che scende drappeggiato di bianco sul letto.

Oggetti di arte aborigena e cimeli dei grandi esploratori australiani del passato adornano le pareti, amplificando così l’immedesimazione nel contesto storico e ambientale.

Una terrazza all’aperto, con letto supplementare per il giorno e una tecnostufa per rilassarsi in serata,completano il quadro; con ospiti che possono indulgere anche nell’addormentarsi sotto le stelle in compagnia di un confortevole fuoco scoppiettante, risvegliandosi poi al cinguettio e ai garriti dei fringuelli zebrati e dei pappagallini verdi che popolano i cespugli sottostanti.

La gastronomia

Andare in Australia significa anche scoprire i suoi sapori. La gastronomia si esprime come un’alta cucina, forte di consegne quotidiane dei più freschi prodotti da tutta l’Australia, attentissima alle intolleranze .Ma lo chef Ryan Ward ama divertirsi anche con ingredienti che riesce a reperire nella savana circostante: erbe e spezie per conferire ai piatti singolarissimi aromi, oppure le prugnette selvatiche della zona che sa usare sapientemente insieme ad altri frutti di bosco locali.

È così che, durante le vacanze in Australia, si cede all’assaggio di un piatto di gamberi reali dei mari meridionali, di una porzione di yoghurt da latte di cocco, di un filetto di canguro scottato alle bacche di pepe con erbe e fiori del territorio, prima di concludere con una zuppa inglese alla maniera del deserto seguita da frutta tropicale, fra cui si stagliano freschissime fette di mango.

Il personale è cordialissimo, sempre disposto a intrattenersi con gli ospiti e a guidarli verso la SPA, la piscina e il lounge, fra un cespuglio e l’altro. Dimorare a Longitude 131° dà valore ad ogni minuto del soggiorno, ma il resort è anche solerte nel presentare agli ospiti ogni opportunità escursionistica.

Anche il profilo delle gobbe di Kata Tjuṯa si avvista da questo hotel, e Uluru chiama. Tutto il territorio chiama.